Sono pittore di cultura veneta: questa la mia radice prima. La luce che modula campiture piene di colore: questa la mia sensibilità cromatica. E fu la luce il fulcro filosofico della mia esperienza di viaggio nel Sud d’Italia: mi sono immerso in quella solarità abbacinante, nell’abbagliante paesaggio mediterraneo disseminato di muri a secco dalle tonalità riarse, nei volumi elementari delle case coloniche, nei trulli, negli oliveti. Sono tornato nelle mie campagne, a ciò che di arcaico vi sopravvive, con una diversa consapevolezza, con la coscienza di una irrimediabile perdita di valori.
Muri sbrecciati, povere antiche costruzioni destinate ai crolli e alle demolizioni, rustici segnati da una storia minore di consunzione o monumenti di una nobilissima storia insidiati da una natura selvaggia e lussureggiante: sono questi i paesaggi che ho attraversato per buona parte del mio viaggio di artista.
Il ciclo delle sei città murate del Veneto e il ciclo mòcheno sono marcati dalla consunzione rovinistica.
La prospettiva: la scomparsa del passato, che si allontana tra le brume del tempo corroso dalla macchina-progresso in rampante ascesa.

Nel 1977 realizzai un olio dal titolo ‘omaggio a Giorgione: erano inseriti nell’opera alcuni elementi architettonici di Castelfranco Veneto. Questa fu la radice prima del mio studio sulle cittadelle murate del Veneto.
Le mie città sono cinte da mura che trattengono i colori e le atmosfere delle stagioni: Cittadella rabbrividisce in un aere nevoso, Marostica vive di contrasti tra nebbie e sprazzi di luce che rendono solare la piazza e fanno squillare i ciliegi in fiore, a Soave si annida l’umidità autunnale e l’aria sa di vendemmia, a Este esplode l’estate, Montagnana è assopita su un tappeto di cipria, Monselice ha i colori dell’aurora.

Le mie città murate sono un ritorno alla mia terra nella piena maturità artistica: le ho guardate come se le vedessi per la prima volta ed era davvero così… Con occhi nuovi, con uno spirito meno incrostato dal rapporto quotidiano che toglie mistero e bellezza, con la curiosità di un fanciullo ho salutato i luoghi che avevo da sempre conosciuto ma che tornavano a stupirmi, ad innamorarmi, a svelare segreti sussurrati tra merli e mura sbrecciate.

L’ombra della consunzione ci allunga sulle città murate ma anche sui rustici che disseminano la Valle dei Mòcheni, un paesaggio segnato da una storia minore, un luogo che resiste con eroismo al trascorrere del tempo, agli attacchi della civiltà. Nel paesaggio del Nord ho ritrovato un legame con la terra del Sud: mi colpisce ciò che di arcaico sopravvive, ciò che sfugge all’industrializzazione, ciò che si contrappone ai valori di una società aggressiva.

La terra ‘pietrosa’ è la mia terra. L’approdo alla pietra d’Istria di Rovigno, Arbe e Valle d’Istria è la prosecuzione di una esperienza umana e culturale che ha preso avvio già in puglia, nell’affascinante Valle d’Itria.

Il fascino, la magia, la bellezza e l’umanità della pietra mi avevano toccato profondamente. Fu allora che germogliò il desiderio di un ritorno alla mia terra per riconquistare i valori di un tempo scavando nel passato: dalle città murate alla civiltà mòchena alla pietra d’Istria e di Dalmazia.

Verso la metà degli anni Sessanta feci i miei primi viaggi in Istria e Dalmazia, che successivamente mi hanno portato a fare un’analisi sempre più approfondita di questo paesaggio pietroso. Una sinfonia di luce, colori e zone d’ombra: sono pietre che non si possono dimenticare, pietre alle quali il sole e il silenzio del tempo hanno conferito una cromia argentea che, illuminata dall’azzurro del cielo, fonde nella visione la forma con il colore.

La venezianità di ieri traspare nelle architetture: un legame profondo che unisce idealmente le due coste adriatiche.

Ho letto messaggi in quelle pietre che l’uomo ha lasciato e il tempo ha conservato, un cordone ombelicale tra l’uomo di oggi e di ieri.
Una nuova primavera sta germinando in quella terra ricca di storia: l’augurio è di non perdere la “magia del silenzio” che consente di rispecchiarsi nel proprio paesaggio. Le radici di ogni uomo trovano linfa e vitalità nell’equilibrio con la natura.

Le stagioni creano un percorso circolare affinchè il domani sia il frutto della propria testimonianza.

Mario De Poli